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  • 23 Febbraio 2024
  • Ultimo aggiornamento 22 Febbraio 2024 09:57
  • Milano

Investimenti, tecnologia e sostenibilità: il consumatore ringrazia

Gli italiani si aspettano che le aziende sviluppino tecnologie che aiutino il consumo di beni sostenibili. Ma la fiducia è ben riposta?

Investimenti, tecnologia e sostenibilità: il consumatore ringrazia

Dalla survey Agos Insights (qui la sintesi dei contenuti) emerge come nell’attuare comportamenti rispettosi della sostenibilità gli italiani si aspettano un aiuto da parte delle aziende che, attraverso investimenti in tecnologia, potranno far uscire il consumatore dalla situazione attuale secondo cui un prodotto sostenibile deve per forza costare di più. Ci siamo domandati se questa fiducia è ben riposta.

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Se il consumatore ripone la sua fiducia nel mondo delle imprese affinché, attraverso lo sviluppo tecnologico, la sostenibilità possa diventare più accessibile, non sbaglia. Ormai indietro non si torna: il tema della sostenibilità è ampiamente diffuso nei piani strategici dell’imprenditoria italiana, soprattutto se di grandi dimensioni.

Gli ultimi dati raccolti nella ricerca degli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano, lo indicano chiaramente: buona parte delle grandi imprese ha già inserito i temi della sostenibilità nei piani strategici (un po’ meno le PMI che scontano la necessità di concentrare l’attenzione sull’operatività quotidiana). In questo percorso, il digitale si rivela come lo strumento per supportare i processi di transizione sostenibile.

IL BISOGNO DI MISURARE I RISULTATI

Dopo il forte aumento del 2022 (+4%), per il 2023 si stima un rialzo ulteriore del 2,1% dei budget ICT delle imprese italiane con investimenti che si concentreranno, per le grandi, su sistemi di Information Security (50% delle preferenze), Business Intelligence, Big Data e Analytics (46%) e Cloud (30%), seguiti da Software di profilazione e gestione dei contatti (CRM) e Software Gestionali (ERP).

Ma ciò che conta è che ben il 60% delle grandi imprese (e il 29% tra le PMI) ha definito approcci strutturati o ruoli per rispondere a obiettivi di sostenibilità. Inoltre, tra le grandi già impegnate in questo ambito, il 65% ha deciso di investire nel digitale per raggiungere nuovi obiettivi (il 29% tra le PMI), in particolare con sistemi di Big Data e Analytics, soluzioni di Industria 4.0 e tecnologie per lo Smart Working.

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Credit: GettyImages

Questa forte attenzione sulla raccolta e analisi di dati mostra un bisogno crescente di misurare i consumi, le efficienze prodotte e di saper controllare se gli interventi realizzati portino o meno ai miglioramenti attesi. Allo stesso tempo, la capacità di saper gestire, attraverso l’Internet of Things, il funzionamento e il consumo energetico dei propri processi produttivi è visto dalle imprese come il principale strumento per migliorare i processi, automatizzandoli a supporto dell’efficienza in senso ampio e della sostenibilità della produzione.
Non è un caso, infatti, che solo il 3% delle grandi imprese e il 23% tra le PMI non persegue ancora in modo specifico obiettivi di sostenibilità.

LA SPINTA DEI CONSUMATORI

I risultati emergono da quella che definiamo la “curva della maturità” in tema di evoluzione strategica sostenibile, spinta sicuramente dalle normative europee che stanno dettando il percorso dell’agenda digitale anche del nostro Paese, ma soprattutto dai consumatori che sono sempre più attenti ed esigenti rispetto a questi temi. In questo senso le aziende si sentono obbligate a dare questa direzione al business.

Molte di quelle che non sentono questa pressione addosso, lo devono al fatto che hanno già un focus di sostenibilità sull’efficienza operativa quotidiana, oppure al fatto che il business green è già nel loro dna di impresa. A queste si aggiungono le start-up, che nascono già finalizzate a una produzione di beni secondo i principi di sostenibilità.

COME CONTROLLARE

Ma le aziende fanno davvero quello che dicono di fare? L’Osservatorio del Politecnico di Milano mostra come per le start-up concretizzare l’approccio sostenibile con certificazioni, risulti una metodologia in parte vana.

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Credit: GettyImages

Infatti l’indagine mostra come alla prova dei fatti, solo poche start-up hanno veramente portato avanti processi di certificazione, in parte perché gli iter per ottenerli sono sempre particolarmente complessi, in parte perché questa complessità non giustifica i benefici (scarsi) ottenuti. Inoltre, in molte non capiscono l’utilità di una certificazione su un aspetto del business insito già nella natura stessa della nuova impresa.

Per non parlare poi della necessità di dotarsi di bilanci di sostenibilità, un lavoro complesso che drena risorse, tempo ed energie. In questo c’è un vero e proprio gap culturale tra le nuove imprese e quelle grandi e radicate sul territorio: per le prime certificare non ha un gran significato, per le seconde invece è fondamentale, rappresentando il sigillo di qualità sull’operato.

Ad unire vecchia e nuova imprenditoria è la crescita costante, negli anni, dei budget per il digitale che, nel caso della sostenibilità, può essere la leva attraverso cui ripensare i modelli di business e di rapporto con i fornitori e con cui colmare anche il gap tra piccole e grandi imprese. Avendo un obiettivo comune: assecondare le richieste del consumatore di oggi (e del domani) che si aspetta prodotti e cicli di produzione in linea con i nuovi valori della sostenibilità.

Gli auturi sono rispettivamente Direttore e Ricercatore dell'Osservatorio Startup Intelligence del Politecnico di Milano

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